Le statue che vorrei

In parziale risposta al dibattito che ancora una volta si è aperto sulla necessità o meno di rimuovere la statua di Indro Montanelli dai giardini pubblici di Milano ed esulando dalla mia opinione a riguardo, che occuperebbe ben altro spazio, ho pensato di stilare un elenco di alcune statue e sculture che vorrei vedere nelle città italiane.

Le sculture e i monumenti trasmettono valori importanti alle persone che vivono o sono di passaggio nelle città in cui essi sono eretti. Le statue dedicate a importanti figure del passato (remoto e recente) hanno funzione di testimonianza storica, di esaltazione e celebrazione non solo della persona raffigurata, ma anche dei valori ad essa collegati.

Proprio per questo è importante riflettere attentamente su quali siano i valori che vogliamo diffondere e disseminare nelle nostre città, ma soprattutto dobbiamo ripensare all’importanza della rappresentazione, che così raramente viene intesa in senso inclusivo.

“Le statue che vorrei” è un elenco di sei donne italiane: artiste, scrittrici e poetesse, scienziate, detentrici e divulgatrici del sapere. Sono donne da cui io, personalmente, sento di poter trarre ispirazione per il loro talento, il loro coraggio e la loro indomita determinazione. Non è ovviamente un elenco completo; anzi, sarebbe bello se questa lista fosse più lunga, più inclusiva e varia possibile.

 

Pittrice senza scuola

La prima donna che vorrei veder eretta a statua, seppur i suoi dipinti siano già splendida testimonianza della sua straordinaria persona, è una pittrice vissuta fra la fine del 1500 e la metà del 1600.

Giovane, dotatissima artista di scuola caravaggesca, viene istruita in casa dal padre Orazio, perché all’epoca alle donne non era permesso frequentare scuole o botteghe artistiche. Questo non frena però il suo talento, che viene riconosciuto prima dal padre e poi da molti altri artisti, che la considerano degna allieva del Caravaggio.

A diciassette anni viene stuprata dal pittore Agostino Tassi, che per porre rimedio all’offesa, le propone un matrimonio riparatore, come era usanza all’epoca. La disputa, se così vogliamo chiamarla, viene però portata in tribunale, perché la giovane vuole avere giustizia. Conscia delle umiliazioni che dovrà subire in quanto donna stuprata e quindi ormai priva di dignità, porta il suo aggressore di fronte a un giudice. Agostino Tassi viene condannato, ma lei sarà costretta a lasciare Roma, perché l’opinione pubblica dell’epoca non vede certo con simpatia una ragazza vittima di stupro che alzi un tal polverone attorno a sé.

Alla luce di questi fatti, non stupisce la forza elettrica ed elegantissima che trasmettono i suoi dipinti, primo fra tutti Giuditta che decapita Oloferne (1614-1620), ma anche quelli che realizzerà una volta ammessa all’Accademia delle arti e del disegno a Firenze.

Oltre ad apprezzarne l’innegabile talento e la forza creatrice, vorrei che di questa straordinaria e coraggiosa donna ricordassimo anche il nome: Artemisia Gentileschi.

 

Una cattedra a metà

Vorrei poi vedere la statua di una scienziata, ricercatrice e cattedratica bolognese, vissuta nella prima metà del settecento. Non sto parlando di una professoressa qualunque, mi sto riferendo alla prima donna nella storia italiana ad aver ottenuto una cattedra per l’insegnamento.

Sto parlando di una donna conosciuta e stimata in tutta Europa perché di eccezionale sapere. E, si sa, all’epoca le donne devono essere eccezionali, fuori dall’ordinario, per essere prese in considerazione alla pari del più mediocre degli uomini. E lei è eccezionale e per questo, dopo la laurea conseguita a vent’anni, le viene assegnata una cattedra presso l’Università di Bologna. Non è una cattedra come quella dei colleghi, però: il suo insegnamento, infatti, deve essere sempre subordinato all’autorizzazione dei suoi superiori.

La straordinaria insegnante suscita incredibile stupore e meraviglia in colleghi e studenti, che la considerano un’anomalia del proprio sesso, una strabiliante quanto rara eccezione.

Dal 1749 e per i trent’anni successivi, l’incredibile scienziata decide con il marito di tenere lezioni di fisica sperimentale presso la propria abitazione; sono lezioni aperte sia a studenti universitari sia a forestieri curiosi. Per lei sono infatti fondamentali la divulgazione del sapere e l’amore per la ricerca.

Il percorso ad ostacoli che dovette superare questa determinatissima donna fu più tortuoso di quello che dovettero affrontare la maggior parte dei suoi colleghi uomini, eppure lei non si arrese mai e a sessantacinque anni ottenne finalmente a pieno titolo l’incarico di professoressa di fisica sperimentale presso il nuovo Istituto di scienze a Bologna.

Da lei, Laura Bassi, incredibile scienziata e superba insegnante, dobbiamo ricordare la tenacia e l’amore per la conoscenza. (1)

 

 

Un secolo di scienza

Di questa donna, forse, nemmeno servono presentazioni. Fu una talentuosissima neurologa, premio Nobel per la medicina e Senatrice a vita dal 2001 fino alla sua morte nel 2012.

Il suo percorso inizia nel 1930 con l’iscrizione alla facoltà di medicina e chirurgia all’Università di Torino, città da cui sarà però costretta a fuggire nel 1938, in quanto ebrea sefardita, a seguito della promulgazione delle leggi razziali. Dopo vari spostamenti, tornerà in Italia e, determinata a non far spegnere il suo talento, instaurerà un laboratorio scientifico segreto nella sua camera da letto.

A Firenze, entra poi in contatto con le forze partigiane legate alla Resistenza e opera come medico al loro servizio. Dopo la Liberazione, si trasferisce negli Stati Uniti per continuare la sua carriera presso la Washington University di Saint Louis.

Nonostante l’immensa fama, la carriera di scienziata di questa donna incredibile inizia, in realtà, per motivi umanitari: non pensa certo che diventerà tanto conosciuta quando, insieme al collega Stanley Cohen, scopre l’ormai famoso Nerve Growth Factor (NGF), per cui i due riceveranno il premio Nobel nel 1986. La volontà iniziale di questa donna è in verità quella di diventare medico per curare la lebbra in Africa e non per trasformarsi in una delle scienziate più conosciute e ammirate del mondo.

Il suo impegno umanitario si esplicherà anche nelle campagne femminili pro aborto degli anni ’70, contro le mine antiuomo, e nella creazione, nel 1992, della fondazione a lei intitolata per l’incremento del livello di istruzione delle donne africane.

Le grandissime difficoltà che dovette affrontare questa incredibile scienziata, sia in campo razziale, sia legate al proprio sesso, non le costarono la perdita della propria carriera, come sarebbe facilmente potuto succedere. Al contrario, lei diventò Rita Levi Montalcini, “non una scienziata, ma un’artista”(2), la cui determinazione rivoluzionaria contro i dogmi e a favore dell’uguaglianza ci guida nel sapere e nella conoscenza.

 

 

Scritto nelle stelle

Altra statua, altra strabiliante e conosciutissima (ma mai troppo) scienziata italiana: fu astrofisica, accademica e divulgatrice scientifica.

Donna dalla personalità vivace e ruspante, incoraggiata dai genitori ma scoraggiata dalla società, si iscrive quasi per caso alla facoltà di fisica presso l’Università di Firenze e, dopo la laurea (conseguita con una votazione di 101/110), si specializza in spettroscopia stellare.

Dal 1964 è professoressa ordinaria di astronomia all’Università di Trieste, dove, fino al 1987, dirige l’osservatorio astronomico, trasformandolo da piccola realtà locale a istituto di fama e importanza internazionali.

Collabora con ESA e NASA e si occupa a tempo pieno di divulgazione scientifica attraverso articoli, riviste, convegni e conferenze in giro per il mondo.

Il suo desiderio di libertà si esprime anche nel suo impegno sociale e verso tutti gli esseri viventi: fu per tutta la vita una vegetariana convinta, ricercatrice non solo nel campo scientifico, ma anche in quello sociale, di un ideale di società più giusta ed egualitaria in cui i diritti siano gli stessi per tutti.

La donna che dà il nome a questa statua di pensatrice libera, anticonformista e scienziata straordinaria è, ovviamente, Margherita Hack.

 

 

Non solo mogli e madri

Questa statua è dedicata ad una scrittrice e poetessa dal tratto incisivo e rivoluzionario. Fu una donna sfortunata ma coraggiosa, vissuta a cavallo fra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo.

Dopo un’infanzia felice, quasi magica, la giovane si trova ad affrontare un’adolescenza difficile, segnata dalla delusione dovuta al disfacimento della figura estremamente idealizzata del padre e della morte in manicomio della madre.

A quindici anni, è vittima di violenza sessuale e inerme sposa nel matrimonio riparatore che dovrebbe restituirle dignità, ma che, di fatto, la imprigiona in una gabbia di umiliazione e violenza. Nel 1902, abbandonerà tutto, anche l’amato figlio, per salvarsi da una vita di sofferenze e privazioni.

La sua vita è magistralmente ricostruita nel romanzo autobiografico Una donna (1906), dove la scrittrice alessandrina racconta il difficile percorso di autodeterminazione femminile, anticipando anche molte tematiche che verranno riprese dal movimento femminista italiano. Una donna fu un’opera scomoda e scandalosa per l’epoca, perché parla apertamente degli abusi e dei dolorosi sacrifici che tutte le donne erano costrette a compiere nelle vesti di mogli e madri.

Questa importantissima scrittrice lottò a lungo per la considerazione delle donne come individui, con una personalità e dei desideri propri, anche altri rispetto all’istinto materno e al vincolo matrimoniale. La statua  a lei dedicata ha sulla targa il nome di Sibilla Aleramo.

 

 

L’articolo 544 del Codice Penale

L’ultima donna che prendiamo in considerazione, non per importanza ma per ordine cronologico, fu una donna determinata e coraggiosissima, che si oppose non solo agli antiquati dogmi di metà Novecento, ma anche alla mafia.

La statua che vorrei rappresenta la prima donna nella storia dell’Italia repubblicana a rifiutare il matrimonio riparatore a seguito di uno stupro.

Nata in Sicilia negli anni delle riforme agrarie, viene promessa in sposa quando ha quindici anni al malvivente Filippo Melodia, nipote di un famoso mafioso locale. Filippo, il 26 dicembre 1965, dopo un periodo di reclusione, si presenta a casa della ragazza e la rapisce, ma non prima di aver distrutto la sua abitazione e malmenato selvaggiamente sua madre.

La povera ragazza viene nascosta, isolata, tenuta a digiuno e ripetutamente violentata fino al 1966, quando le forze dell’ordine riescono a liberarla.

Il malvivente crede di poter risolvere la spinosa questione sposando la giovane e affidandosi dunque al rito del matrimonio riparatore, che avrebbe eliminato qualsiasi ingiuriosa difficoltà. Ma la ragazza si oppone, rifiuta il matrimonio e va a processo contro Melodia.

Viene considerata una svergognata, senza onore né dignità, un affronto per le convinzioni dell’epoca, ma lei non si arrende e, nonostante le minacce, presenzia a tutte le udienze, fino alla condanna del suo aguzzino.

L’importanza di questa triste vicenda ebbe risonanza enorme nella crescita civile del paese, anche se si dovette attendere fino al 1981 per l’abrogazione dell’articolo 544 del Codice penale sul cosiddetto matrimonio riparatore.

A volte, per dare impulso alla crescita e al cambiamento civile, sono necessari atti di forza e coraggio; convinzioni tanto radicate possono essere scalfite e abbattute solo da rivoluzioni altrettanto potenti. Questo è il caso di Franca Viola, la cui statua ne celebra il coraggio e il valore.

 

 

Le statue dedicate a Artemisia Gentileschi, Laura Bassi, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Sibilla Aleramo e Franca Viola sono erette nella mia mente affinché queste donne non siano mai dimenticate, ma onorate e celebrate, perché ci trasmettano i valori dell’universalità del talento, a prescindere da qualsiasi caratteristica biologica e personale, della tenacia, dell’impegno sociale nel perseguimento della giustizia e dell’uguaglianza, dell’antirazzismo, del coraggio, della sapienza, della rivendicazione e autodeterminazione del proprio talento, qualunque esso sia, in qualunque epoca e contesto storico esso venga ingiustamente ostacolato.

 

 

Riferimenti:

(1) Qui il video di riferimento alla vita di Laura Bassi.

(2) Qui il video di riferimento su Rita Levi Montalcini.

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