Trainspotting, dieci anni dopo

Locandina del film di Danny Boyle del 1996

Sono passati dieci anni dalla prima volta che lessi Trainspotting, l’iconico romanzo del 1993 di Irvine Welsh. Sono passati dieci anni dal primo incontro con i ragazzi di Leith: Renton, Sick Boy, Spud, Begbie e tutti gli altri. Dieci anni fa, avevo quindici anni, frequentavo il secondo anno del liceo e stavo vivendo un periodo di forte interesse letterario per il tema delle droghe. Prima di Trainspotting, avevo letto Wir Kinder vom Banhof Zoo (Noi Ragazzi dello Zoo di Berlino nella versione italiana) e avevo visto qualche documentario. Mi sembrava tutto strano, lontanissimo dalla mia quotidianità, eppure estremamente interessante, sia dal punto di vista letterario, sia da quello psicologico (per quanto una ragazzina di quindici anni potesse saperne di psicologia umana). Romanzavo gli ambienti letterari e cinematografici della droga, li vedevo con una sorta di filtro poco antropologico e molto romantico, credo tipico dell’adolescenza. Questo fino a che non ho letto Trainspotting. Il romanzo di Welsh (e, successivamente, il film del 1996 di Danny Boyle) ha cambiato radicalmente il mio approccio al tema delle droghe pesanti, stimolando considerazioni critiche e reali su tutto ciò che ha a che vedere con un argomento tanto sensibile e, spesso, sinceramente incomprensibile per i ‘non addetti ai lavori’.

A quindici anni, dopo la prima lettura di Trainspotting, pensai di trovarmi davanti ad un romanzo fondamentalmente molto strano; non avevo mai letto niente del genere, né dal punto di vista stilistico, né dal punto di vista tematico. Sapevo, sentivo, che non si stava parlando solo di droga, ma che le implicazioni della storia erano molto più ampie e profonde, seppur trasmesse con quel linguaggio tagliente e sboccato, privo di morale e ricchissimo di dettagli disgustosi. Per leggere Trainspotting, bisogna necessariamente mettere alla porta moralismo, indignazione e senso del politically correct, perché nella narrazione di Welsh non trovano applicazione alcuna. Al contrario, troviamo violenza, volgarità, degrado assoluto, descrizioni talmente lucide e vivide e disgustose da lasciare intontiti. Welsh non usa giri di parole, non si preoccupa di indorare la pillola, ma, come un pittore iperrealista, ci consegna la realtà così com’è, nei suoi aspetti più cupi e feroci. A quindici anni, il romanzo mi colpì molto, mi aprì la strada ad un filone letterario per me nuovo, mi fece conoscere uno dei maggiori esponenti dello stesso, Charles Bukowski, da cui Welsh riprende il realismo crudo e violento, il linguaggio spietato e la mancanza assoluta di giudizio per i protagonisti dei propri scritti. Pensai di trovarmi di fronte ad un tipo di letteratura che avrei amato, ma che avrebbe richiesto più di una lettura superficiale per essere compresa. Avevo ragione. I romanzi di Irvine Welsh (e di Charles Bukowski, certo, ma questa è un’altra storia) mi insegnarono più di molti altri ad andare oltre la prima impressione, a superare lo shock iniziale e a leggere fra le righe. Potrebbe sembrare che una letteratura tanto realista e senza fronzoli non nasconda nulla al lettore, invece non è così. Dietro ai racconti degradanti di droga, violenza e sesso maldestro e grottesco, si intravedono temi molto più profondi e universali, come la solitudine, il fallimento, la ribellione. A quindici anni ne ebbi un assaggio; oggi, dieci anni dopo, con alla spalle un bagaglio di conoscenze e letture un po’ più pesante (ma nemmeno da lontano completo, per fortuna), ne ho una visione molto più chiara.

Rileggere Trainspotting dopo tanto tempo è stato un tuffo nel passato, per me. Non ho trovato solo rimandi letterari e tematici, ma sensazioni e sentimenti tornati a fare capolino fra le pagine, ricordi che credevo dimenticati, pensieri che non esploravo da tempo. Rileggere dopo anni un libro che mi ha segnato tanto è stata un’esperienza meravigliosa. I protagonisti sono tornati nel mio quotidiano come vecchi amici (chi più, chi meno), come se fossero passate poche ore dall’ultima uscita in compagnia.

Però, qualcosa è cambiato.

È inevitabile.

Fotografia di Yury Rymko da PixaBay

Solitudine, desiderio ribelle e libera scelta

A quindici anni, mi chiesi a lungo quale fosse il filo conduttore di tutta la storia, quale fosse il messaggio ultimo dell’autore, cosa volesse trasmettere a noi lettori. Era difficile individuare un singolo concetto che riassumesse un romanzo tanto complesso, quindi sviluppai spiegazioni che si diramavano su più binari per riuscire a fare ordine nei miei pensieri. Oggi, credo che la cupola sotto la quale si svolge la storia degli ‘Skagboys’ di Leith sia fondamentalmente il concetto di solitudine. Un sentimento tanto potente quanto invisibilmente strisciante, così severo ed alienante da essere in grado di provocare reazioni a catena imprevedibili nelle vite delle persone che, loro malgrado, si sentono sole. Ma la solitudine non è solo questione di essere effettivamente soli, di non avere amici, parenti, compagni. Come dice Renton durante i festeggiamenti per il suo scampato imprigionamento a causa di un furto di libri, “Sono circondato da tutti i coglioni a cui voglio più bene al mondo, ma non mi sono mai sentito tanto solo. Mai in vita mia.” (Welsh, 295) La solitudine non è solo essere soli, ma sentirsi soli. La mancanza di empatia, di vicinanza emotiva, di connessione intellettuale, il distaccamento dai sentimenti di amore e affetto, la distanza forzata da se stessi, dalla propria parte riflessiva.

La solitudine accompagna tutti i principali protagonisti: c’è Mark Renton o ‘Rent boy’, letteralmente ‘Ragazzo in affitto’, venticinquenne nullafacente, ex studente universitario, la cui tossicodipendenza da eroina è accompagnata dalla spinta verso un’analisi tanto lucida quanto compromessa sulla società in cui vive. C’è poi Daniel ‘Spud’ Murphy, giovane sensibile e molto fragile, abbandonato completamente alla dipendenza e ai furti, indispensabili per mantenersela. Simon Williams detto ‘Sick Boy’, ci informa Renton, “non perché sta sempre male per crisi di astinenza, ma perché è un coglione che ha la testa fuori posto” (12) è invece quello che sembra passarsela meglio, quello che riesce sempre a cavarsela e a essere una spanna sopra tutti gli altri. La tossicodipendenza sembra quasi essere un accessorio nella sua vita scandita da sesso, imbrogli e truffe. Infine, c’è Francis Begbie, detto Franco. Se gli altri sono dipendenti dalla droga, lui si può dire dipendente dalla violenza, dal sadismo e da quella che lui stesso chiama “la legge della mazza da baseball” (289). Tutti, a modo loro, abitano e sopravvivono sotto il manto pesante del sentimento di abbandono che li guida nelle scelte e nelle non-scelte quotidiane, nella passività, nella resa.

Fra tutti, Renton si presenta come un ragazzo riflessivo, intelligente, profondo, eppure fondamentalmente disinteressato, nascosto dietro la maschera impenetrabile del tossico. Mark è quello di cui abbiamo più informazioni, è il personaggio ai cui pensieri Welsh dà più ampio accesso. Si può dire che sia il portavoce del gruppo di Leith, seppure non abbia alcuna verità in tasca e sebbene la sua interpretazione degli avvenimenti sia solo e soltanto un’interpretazione, appunto. Non vi è traccia di narratore assoluto in Trainspotting. Renton ha iniziato a ‘farsi a ero’ più o meno quando è morto suo fratello minore, Davie, “quello handicappato” (305), quello di cui sia lui, sia suo fratello maggiore, Billy, si vergognavano. In quel periodo, Mark aveva anche iniziato a frequentare l’Università ad Aberdeen, ma senza trovarla particolarmente interessante, senza trovare una motivazione abbastanza valida per stringere rapporti, interessarsi delle materie di studio, diventare adulto. La vita di Mark, dal momento in cui parte la narrazione in Trainspotting, è pervasa molto chiaramente dalla depressione, condizione che gli viene diagnosticata definitivamente durante il periodo che passa nel centro di disintossicazione dopo lo scampato arresto. Nelle settimane di permanenza al centro, Renton ha modo di riflettere molto sulla sua dipendenza da eroina e sulle cause e implicazioni della stessa. Gli specialisti che lo seguono trovano diverse spiegazioni per la sua tossicodipendenza, partendo dal rapporto irrisolto col fratello minore deceduto, fino ai sentimenti edipici che proverebbe verso la madre. Tutte queste cose contribuirebbero a impedirgli di confrontarsi in maniera ‘normale’ con il mondo che lo circonda, di avere una visione chiara e ‘regolare’ della società in cui vive. Renton non liquida immediatamente tali spiegazioni senza rifletterci: “Magari sono vere, magari no. Ci ho pensato su parecchio, su un sacco di queste cose, e forse avrei voglia di saperne di più; non mi dispiace per niente tirarle in ballo,” (311) ma integra una riflessione personale sulle ragioni che l’hanno portato a prendere le decisioni che ha preso. Mark, a un certo punto, prendendo spunto dalla linea dettata da uno degli specialisti che lo seguono, afferma: “Disprezzavo me stesso e il mondo perché non ero capace di accettare i miei limiti personali e quelli che mi venivano imposti dalla vita” (312) e ancora “[…] non serve a un cazzo venirmi a dire che sono andato bene agli esami, che ho un buon lavoro o che sto con una bella ragazza; perché questo tipo di riconoscimento per me non significa niente.” (313) Ragionando su queste diagnosi, Renton prende atto della propria alienazione da se stesso, in primis, e, conseguentemente, dalla società. Il senso di depressione e solitudine che questo gli provoca lo spinge a sentirsi completamente distaccato da quello che gli succede attorno, e ciò lo spinge continuamente nelle braccia della dipendenza, che, almeno, sembra dargli sollievo. La solitudine è talmente profonda proprio perché parte da un’alienazione quasi completa dai propri sentimenti e dalle proprie emozioni, che non trovano riscontro con quello che la società si aspetta da lui. Prendiamo per esempio il comportamento di Mark al funerale di suo fratello maggiore, Billy, morto per mano dei terroristi dell’IRA. Billy aveva scelto la carriera del soldato, secondo Renton, perché corrotto da ideali nazionalisti insensati e, fondamentalmente, aveva fatto una fine tanto insensata quanto la sua vita. “Non provo nessun dolore, solo rabbia e disprezzo,” (353) considera Mark durante la sepoltura, osservando la bara del fratello coperta dalla bandiera inglese. Mark non piange e non si dispera durante l’ultimo saluto a quel fratello maggiore con il quale non si è mai sentito veramente legato: “Billy era un coglione, puro e semplice. Non un eroe, non un martire, solo un coglione e basta.” (353) Anche dopo il funerale, quando tutti gli amici e parenti si ritrovano a casa dei genitori di Renton per commemorare Billy, Mark non riesce a pensare a nulla di buono su di lui; anzi, gli vengono in mente solo episodi di prepotenza, violenza e disinteresse. Li ricorda con una lucidità cruda, dura; li analizza con rabbia, senza che il sentimento venga smorzato dalla situazione drammatica. Finisce anche per fare sesso con Sharon, la compagna del fratello, incinta di diversi mesi, e pensa: “Ah, se Billy ci vedesse in questo momento […]. Mi chiedo se veramente può vederci; spero proprio di sì. È la prima cosa buona che mi è venuta in mente su di lui.” (368-369) Mark non risponde alle situazioni come la società si aspetta che lui faccia: non si laurea all’Università, non si trova una ragazza con cui sistemarsi, non ha un lavoro, non piange per la morte di suo fratello. I ricordi che gli affollano il cervello riguardo a Billy sono tutti ricordi negativi, è vero, sono memorie di momenti di distacco, di paura, di aggressività, ma intervallati da sprazzi di malinconia, come se la capacità di Mark di provare empatia e dispiacere cercasse di farsi strada in lui, ma venisse rispedita immediatamente al mittente, bloccata sul nascere:

Billy Boy, Billy Boy. Mi ricordo quando ti mettevi seduto sopra di me. Io ero steso piatto per terra, non mi potevo muovere. Mi stringevi forte il collo, piccolo come una cannuccia me lo facevi diventare. […] Chi è la squadra migliore? mi chiedevi stringendo, schiacciando o spingendo più forte. E non mi lasciavi andare finché io non ti rispondevo: Hearts. Anche dopo che vi avevamo fatto il culo, sette a zero, il primo dell’anno a Tycastle, anche quella volta mi hai fatto dire Hearts. E magari avrei dovuto essere contento, che una cosa detta da me contava più del risultato della partita. (354-355)

Ma ciò che più fa arrabbiare Mark è che Billy sia morto per un motivo tanto insensato e disprezzabile:

È morto da eroe, dicono. […] E invece è morto come un cazzone in uniforme […]. È morto da vittima ignorante dell’imperialismo, senza capirci un cazzo di tutte le complicazioni che l’hanno fatto morire. Era quello il delitto più grosso, non ci capiva un cazzo. L’unica cosa che poteva servirgli da guida nella sua grande avventura in Irlanda, dove ha trovato la morte, erano quelle poche idee faziose che si era messo in testa. (355)

È vero, Mark non piange per la tragica morte del fratello, e reagisce alla notizia a modo suo, analizzando i risvolti politici della faccenda, riportando a galla ricordi di violenza e dolore, facendo sesso con  Sharon e sperando che Billy li possa vedere e, a fine giornata, dopo la devastante insensatezza di quella giornata, regalandosi “una botta, per la causa dell’oblio.” (374) Ma perché tali reazioni non sono da considerarsi valide, per la società? Perché il modo di comportarsi di Mark di fronte alla tragedia viene visto come inappropriato e deviante, se dopotutto i sentimenti che la morte suscita in lui sono effettivamente di rabbia e disprezzo? Perché la società cerca costantemente di allinearlo, di correggerlo, di salvarlo? Proprio Mark spiega bene questo concetto durante il periodo di terapia nel centro di disintossicazione:

Ma perché, soltanto perché uno si droga, tutti ‘sti stronzi pensano di avere il diritto di spezzettarlo e analizzarlo nei minimi particolari?

[…]

La società si inventa una logica assurda e complicata, per liquidare quelli che si comportano in un modo diverso dagli altri. Ma se, supponiamo, e io so benissimo come stanno le cose, so che morirò giovane, sono nel pieno possesso delle mie facoltà eccetera eccetera, e decido di usarla lo stesso, l’eroina? Non me lo lasciano fare. Non mi lasciano perché lo vedono come un segno del loro fallimento […]. (315-316)

Mark vede la società come un agente di polizia che si preoccupa instancabilmente che tutti seguano la legge, che nessuno costituisca un fattore deviante dalla normalità di ciò che la vita comporta: “Scegli la vita. Scegli il mutuo da pagare, la lavatrice, la macchina…” (316) In quest’ottica, sono proprio le imposizioni insormontabili della società a creare in chi le riceve (ma non le accetta) un senso di alienazione, solitudine e fallimento. È proprio la società, attraverso le sue regole ferree e invincibili, a creare insoddisfazione, senso di inadeguatezza, voglia di evadere. Proprio per questo motivo, se i soggetti devianti devono essere analizzati e sottoposti a test come cavie da laboratorio, se la loro unica possibilità di far parte della società civile, del mondo degli adulti, delle persone ‘normali’, è quella di adeguarsi, appiattirsi, livellarsi, allora Mark sceglie di non farne parte. Da qui il celebre monologo in cui Renton sceglie di non scegliere la vita, ma di preferire l’eroina. In questo senso, per Mark Renton la tossicodipendenza non è più un fallimento, una deviazione dai binari della società civile, ma un atto di ribellione. Il fatto di rifiutare le imposizioni della società e di scegliere la sua strada, per quanto distruttiva e delirante possa sembrare, costituisce una presa di coscienza lucida e amara:

La vita è una delusione; e poi moriamo. Ce la riempiamo di merda, la vita: la carriera, i rapporti e roba del genere, per illuderci che magari non è tutto inutile. L’eroina è una droga onesta, perché toglie di mezzo tutte le illusioni. Con l’ero, se stai bene ti senti immortale. Se stai male ti senti ancora più di merda, ma è merda che c’era già da prima. (156)

Ripensando a Trainspotting dieci anni dopo, capisco definitivamente che la chiave di interpretazione di questo romanzo non è assolutamente univoca e che, forse, ciascuno può vederci un po’ quello che vuole, a seconda della sensibilità del lettore. Il mio focalizzarmi sul tema della solitudine può essere dovuto al fatto che ho riletto questo libro durante la quarantena imposta dall’emergenza sanitaria, oppure può essere semplicemente che sia più sensibile a tale argomento. Quello che è importante capire è che quest’opera non parla di droga. O meglio, ne parla, ma usa la tossicodipendenza per analizzare temi molto più intimi e umani di quanto si possa pensare. È forse difficile percepire questo secondo livello di lettura al di là del linguaggio scurrile, delle descrizioni grottesche, della mancanza di moralità e senso di giustizia che dominano il romanzo, eppure, una volta che lo si raggiunge, è impossibile tornare al punto di partenza. Trainspotting parla di un pugno di tossici di Leith, è vero, parla di eroina, di sesso, di violenza, di degrado. Parla di un gruppo di giovani tossicodipendenti e criminali, psicopatici e ladri, violenti e pericolosi. Parla del dramma della droga nelle famiglie, nei gruppi di amici, parla di HIV e morte, di prostituzione e violenza domestica. Usa parole talmente brutali da ferire il lettore, descrizioni talmente dettagliatamente ributtanti da invogliarti a chiudere il libro… anche se poi non lo fai.

Ma Trainspotting non è solo questo. Welsh si dirige in seconda battuta alla soggettività sepolta dei lettori, si appella non tanto alla moralità indignata del lettore superficiale, ma all’empatia e riflessività del lettore attento, sensibile come Spud, ribelle come Renton. Per tutte le persone che siano in grado di vedere oltre il degrado e la devianza, sospendendo il giudizio e lasciandosi alle spalle le accuse, Trainspotting è un’occasione potentissima di riflessione e indagine, sia della società che ci circonda e delle sue imposizioni, ma anche di noi stessi, di come le rispondiamo, di come ci adattiamo a lei.

Alla fine, se scegliere la vita, il mutuo da pagare, la lavatrice, la macchina, se scegliere di stare seduto sul divano a guardare i giochini alla televisione, a distruggersi il cervello e l’anima, a riempirsi la pancia di porcherie che ci avvelenano, o se scegliere magari di marcire in un ospizio per la gioia degli egoisti che abbiamo messo al mondo, (316) alla fine tutto questo viene lasciato al lettore. Quello che ci dà Trainspotting è uno spunto di riflessione alternativo, una visione diversa dei concetti di devianza, di solitudine, di ribellione, trasformando tutto nel contrario di tutto, nella misura in cui concetti normalmente negativi diventano il loro opposto e viceversa. Welsh non dà al lettore nessuna conclusione positiva, nessuno sdolcinato lieto fine; nemmeno l’autore, come Renton, ha la verità in tasca e forse non ce l’ha nemmeno chi legge. Se leggendo le prime righe di Trainspotting ci sentiamo distaccati dalla vicenda, completamente diversi dal mondo in cui vivono i ragazzi problematici di Leith, alla fine forse riusciamo a trovare con loro dei punti di contatto nella misura in cui scegliamo di analizzare più approfonditamente la società e ci troviamo a mettere in dubbio concetti che prima davamo per scontati, per assolutamente veri.

È questa, secondo me, la vera forza ribelle di Trainspotting: non la droga, non la violenza e il degrado, ma la promozione di una libera scelta.

 

Fotografia di Leo Hidalgo da Flickr (@yomyHERE)

Riferimenti:

Welsh, Irvine. Trainspotting. Ugo Guanda Editore, 1996.

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