Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti

Risveglio

Qualche settimana fa, alle 6:45 del mattino, lo schermo del mio telefono si illumina nel buio fitto della camera da letto. Confusa, con un occhio aperto e uno chiuso, lo sollevo maldestramente dal comodino e me lo avvicino al viso, vagamente preoccupata (nessuno mi scrive mai così presto). Quello che trovo sono una serie di messaggi di mio fratello, che solitamente non è così mattiniero. Sono messaggi di commento all’inchiesta di Wired circolata qualche tempo fa sul revenge porn nei gruppi Telegram. Per chi non sapesse di cosa sto parlando, il revenge porn è la pratica che consiste nel rendere pubbliche immagini, riprese, chat e altro materiale di natura sessuale o intima che sarebbe dovuto rimanere privato. Spesso, il revenge porn viene praticato da ex partner, che usano tale materiale come vendetta (revenge, appunto) per un presunto torto subito, come per esempio la fine di una relazione. Tale materiale viene diffuso sul web e dato in pasto a chiunque ne voglia fruire. Tutto questo, ovviamente, senza il consenso della vittima. I gruppi che circolano su Telegram sono composti da persone (nella stragrande maggioranza uomini) che si scambiano foto, video e dati privati di donne. Che si tratti di ex ragazze o profili di sconosciute trovati casualmente sui social, poco importa; la cosa fondamentale è che queste donne siano sottoposte a quello che il giornalista di Wired, Simone Fontana, chiama molto significativamente “rito collettivo dello stupro virtuale”. Insulti, minacce, inneggi allo stupro e alla violenza, condivisione di materiale pedopornografico sono il motore di queste chat, che contano quasi 50.000 membri.

I primi messaggi di mio fratello sono di stupore e ribrezzo; cinquantamila è un numero impressionante, così come la semplicità con cui è possibile compiere crimini, protetti dall’anonimato.

“A me verrebbe da chiedermi com’è possibile che così tanti uomini siano cresciuti con questa concezione della figura della donna.”

Bella domanda. La concezione distorta della cosiddetta “figura della donna”, come fosse la rappresentazione del personaggio stereotipato di una serie tv, è ad oggi assolutamente viva nelle menti di un enorme numero di persone. Le chat incriminate, così come più in generale il revenge porn, la denigrazione delle donne in quanto tali, la rabbia immotivata, l’inneggio alla violenza e allo stupro, sono tutti figli di un unico padre: il sessismo. 

Il sessismo è un iceberg

E allora parliamone, di sessismo, parola che ancora oggi fa accapponare la pelle a molte persone, così come femminista, spesso usato come offesa o insulto. “Sei proprio una femminista!”

Parliamone, di sessismo. Ne abbiamo bisogno.

Io e mio fratello, dunque, iniziamo a discutere di come il sessismo si colleghi agli atteggiamenti rinvenuti nelle chat incriminate. Per quanto ci possiamo stupire dell’orrore di tali messaggi e della loro violenza verbale, concordiamo sul fatto che essi siano parte di un pattern già conosciuto, di un sistema di pensiero reiterato. Cosa significa tutto questo? Significa che il sessismo è un iceberg: la punta, quella che tutti possono vedere, è costituita dal femminicidio, dalla violenza sessuale, dalle chat pedopornografiche e inneggianti allo stupro. Tuttavia, c’è uno strato sommerso a cui raramente si presta attenzione. Uno strato sommerso che passa inosservato, o che viene liquidato con gesti impazienti e sorrisi di scherno: “È solo uno scherzo,” “Sono solo complimenti, dovresti esserne felice.” Frasi che si sentono ripetere costantemente con una leggerezza disarmante in ambienti domestici, sui social, in televisione, sui giornali. Il sessismo è un iceberg perché quello che sta alla base, quello che non vediamo, costituisce le fondamenta incrollabili di un sistema ancora oggi saldo  e resistente, tanto forte proprio perché in grado di mascherarsi dietro solo scherzi e solo complimenti. La retorica maschilista, i pregiudizi radicati, il maschilismo interiorizzato, lo slut-shaming costituiscono il presupposto di una società ancora strettamente ancorata a ideali sessisti di discriminazione e violenza. 

Sesso taboo

E allora, come possiamo sovvertire questa situazione?, ci chiediamo in coro io e mio fratello. Ci rispondiamo immediatamente: attraverso la cultura e l’educazione, che parta nelle famiglie e continui nelle scuole, che comprenda un ampio spettro di discorsi da proporre a gruppi di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, che li porti a riflettere, confrontarsi e rielaborare.

“Noi abbiamo fatto educazione sessuale. Però l’abbiamo fatta male.”

Eh, già.

L’educazione sessuale che si è fatta (e si fa) nelle scuole ha ancora oggi un approccio timido e vacillante verso tematiche fondamentali. Il sesso, nelle nostre scuole, viene trattato come un taboo. Le tematiche che si affrontano sui banchi di scuola sono del tutto inadatte, assolutamente inappropriate alla curiosità e intelletto delle persone a cui sono rivolte. Qui Focus junior ne parla in maniera molto chiara, esaminando la situazione in Italia con riferimenti anche ad altri Stati europei, citando le opinioni di esponenti di organizzazioni diverse con ideologie spesso diametralmente opposte. Il problema è il fatto che il sesso viene ancora oggi considerato come qualcosa da tenere nascosto, una spiegazione imbarazzante da rimandare al più a lungo possibile, qualcosa di cui parlare solo ed esclusivamente in famiglia. Perché? Perché i discorsi sul sesso sono assolutamente taboo, nella nostra società. Parlare di sesso è parlare di qualcosa di sporco, da fare di nascosto. Questo, ovviamente, non facilita il compito degli insegnanti e degli educatori.

Inoltre, “Quando nelle scuole se ne parla esplicitamente, si parla solo di sesso eterosessuale,” faccio notare nella chat con mio fratello.

Eh, già.

Un uomo e una donna si amano, fanno sesso, hanno dei figli. Ecco a cosa serve il sesso.

La verità è che l’eterosessualità è solo uno degli orientamenti sessuali esistenti, anche se viene trattato come se fosse l’unico. L’unico esistente, l’unico ammesso. La verità è che il sesso non si fa solo quando ci si ama, né con l’unico intento di procreare. Nelle scuole, questo messaggio non passa. Non si parla di omosessualità, bisessualità, asessualità, non si parla di transessualità, non si parla di niente che non siano un uomo e una donna che si amano, fanno sesso e hanno dei figli. E allora, cosa succede? Succede che una narrazione univoca ed egemonica come questa genera pensieri stretti e quadrati, che escludono le molteplicità e le diversità. Succede che la curiosità viene repressa, che le spiegazioni vengono omesse, che il naturale diventa innaturale e ciò che esiste diventa invisibile. Le persone omosessuali continueranno ad esistere, così come le persone transessuali, anche se non le vogliamo vedere, con la differenza che si sentiranno inappropriate, sbagliate, contro natura, perché escluse dalla narrazione dominante.

Consenso

Un altro grande assente fra le tematiche trattate a scuola è il concetto fondamentale di consenso. Quando si parla di sesso, sessualità ed educazione affettiva, non ci si focalizza quasi mai sulla base di tali discorsi. Prima dell’atto sessuale, proprio a monte, ancora prima che ci si rapporti con l’altra persona in qualsiasi modo, dovrebbero esserci delle basi salde e incrollabili di rispetto e mutuo accordo, ovvero: il consenso. Di questo, né io, né mio fratello abbiamo mai sentito parlare nelle poche ore dedicate all’educazione sessuale a scuola (né alle scuole elementari, né alle scuole medie). La spiegazione parte senza passare dal via; si inizia a costruire la casa senza aver gettato le fondamenta. Tuttavia, una casa così costruita è inevitabilmente destinata a crollare alla prima scossa. Se manca il concetto di consenso, viene meno anche la comprensione dell’orrore dello stupro, dell’imposizione forzata, della mancanza di volontà, che non si manifesta, ricordiamolo, solo in urla, calci e pugni, ma si può palesare anche nel silenzio. Sono concetti talmente fondamentali che si rimane spiazzati quando ci si rende conto di averli dovuti scoprire ed esplorare in autonomia, senza il sussidio degli ambienti educativi.

Gender nelle scuole? No, grazie!

A questo punto, ci chiediamo perché la situazione nelle scuole italiane sia ancora questa. Perché ci sono ancora critiche feroci alla volontà di parlare di sesso ed educazione affettiva, come parti fondamentali della vita umana? Ancora una volta, torna il concetto di taboo. Ragioniamo sul fatto che molti genitori vogliono avere l’esclusività sulla decisione o meno di dispensare informazioni tanto delicate ai propri figli, e anche sul come farlo.

Le opposizioni maggiori le si vedono quando si suggerisce la possibilità di includere nelle tematiche di educazione affettiva anche accenni a orientamenti sessuali diversi dall’eterosessualità: per esempio, si potrebbe introdurre gli alunni e le alunne all’esistenza dell’orientamento omosessuale come coesistente a quello eterosessuale e altrettanto accettabile. Molti genitori rispondono: assolutamente no. Perché? Spesso, perché si ha paura, paura che vangano minate le fondamenta di una società ancora saldamente ancorata al concetto di famiglia tradizionale e assolutamente contraria a quella che alcune forze politiche chiamano con disprezzo ideologia del gender. Nel programma elettorale del 2019 del Popolo della Famiglia al punto 3 “Scuola – Famiglia come conoscenza”, leggiamo: “Contrasto all’ideologia gender in qualsiasi forma venga introdotta nei programmi scolastici.”

Cosa vuol dire opporsi all’ideologia gender? Significa innanzitutto opporsi al concetto secondo il quale sesso e genere di una persona siano due cose essenzialmente distinte, essendo il sesso una componente biologica e il genere un costrutto sociale che impone e stabilisce determinate concezioni che variano nello spazio e nel tempo. Opporsi all’ideologia gender significa quindi negare l’esistenza di influssi socio-culturali che forgiano le concezioni di uomo e donna e influiscono sui cambiamenti ed evoluzioni delle stesse.

Combattere l’ideologia gender, però, significa spesso anche opporsi a qualsiasi riferimento all’esistenza della diversità e al trattamento della stessa come legittima e meritevole di spazio. In un articolo del 2017 reperibile sul sito di Provita&Famiglia, titolato “Gender nelle scuole? No, grazie!” troviamo il seguente paragrafo: “Dietro l’intento manifesto di combattere violenze e discriminazioni, tanto condivisibile quanto lodevole, si celano fini nascosti. I fondi di numerose Regioni, Comuni, Province, del MIUR e dell’UNAR, si sono occupati di finanziare progetti che hanno come scopo quello di insegnare agli studenti a negare la naturale differenza sessuale, equiparando qualsiasi unione a quella tra uomo e donna, che è l’unica a poter fare una famiglia.”

La trattazione in classe di argomenti più consoni all’epoca in cui ci troviamo e che garantirebbero una maggiore inclusione ed uguaglianza nella nostra società è spesso ostracizzata con fervore, rendendo molto difficile l’introduzione di un’educazione sessuale ed affettiva più efficace nelle scuole.

La paura e il pregiudizio fanno sì che la discussione di argomenti quali l’omosessualità, la transessualità, il concetto di consenso e il sesso slegato dall’ambito famigliare tradizione venga relegata agli angoli delle aule delle scuole, anzi, ancora meglio se al di fuori delle stesse.

Sessismo per tutti

“Anche tra i miei coetanei vedo ancora molto questo taboo nei confronti dell’omosessualità,” mi confessa mio fratello, che ha 20 anni. “Cosa faresti se il tuo migliore amico ti dicesse di essere gay? Non lo tratterei più come prima. E perché? Perché magari poi si innamora di me.”

Spesso si pensa che il sessismo riguardi, sia subito e sopportato solo dalle donne, che le conseguenze dello stesso raggiungano solo ed esclusivamente una parte della società. Verrebbe naturale pensarlo, considerate le disparità sociali che ancora oggi osserviamo, le violenze sistematiche perpetrate nei confronti delle donne in quanto tali, i femminicidi, gli stupri, le molestie. Eppure, non è così. Il sessismo riguarda tutti, uomini e donne, nessuno escluso.

La paura irrazionale di un ragazzo di vent’anni di rapportarsi con l’amico omosessuale è inevitabilmente figlia inconsapevole di una società profondamente sessista. Essere gay è considerato infatti una minaccia alla concezione di mascolinità propria dell’uomo virile, che non piange, non si scusa, è forte, coraggioso, capo. L’omosessualità maschile mette in crisi i valori tradizionalmente associati alla concezione di uomo, perché si insinua fra di essi e li mette di fronte alla loro stessa fragilità.

Se da una parte le donne devono confrontarsi con le aspettative di un certo tipo di femminilità, dall’altra, gli uomini devono rispondere ad una rappresentazione univoca di mascolinità; per questo motivo, per esempio, si crede che gli uomini non piangano mai, o comunque lo facciano molto meno delle donne. Per questo stesso motivo, gli uomini tendono a comportarsi in determinati modi quando sono circondati da altri uomini, per rispondere alle aspettative del gruppo, per dimostrare, in una certa maniera, di essere membri funzionali, tipici, normali del branco. Certo, queste sono generalizzazioni e come tali vanno prese: ognuno di noi porta con sé una serie di esperienze, un vissuto e un bagaglio di ricordi e sentimenti totalmente personali riguardo al rapporto con il proprio genere. Tuttavia, è innegabile che la nostra società applichi le proprie restrizioni e imposizioni a tutte le persone che ne fanno parte, seppur in modi e con intensità molto diverse. Senza nemmeno rendercene conto, stiamo continuando a supportare e alimentare un certo tipo di cultura e società che ci stanno strette, che non ci permettono di liberarci di preconcetti e aspettative spesso irrealizzabili. Senza nemmeno porci troppe domande, stiamo continuando ad appoggiare un modello di società che ci tiene in pugno, che ci controlla e ci indirizza.

Combattere contro sessismo e patriarcato significa lottare per la parità ed elevare tutte le persone ad un livello di libertà comune e inalienabile, perché non ci sia una categoria della società che abbia tutto e una che debba fare sempre sforzi sovrumani per essere considerata e legittimata. Combattere per questa causa significa anche distruggere un certo tipo di aspettative reiterate e spesso irrealizzabili che premono e schiacciano sulla nostra individualità, rendendola piccola e insignificante di fronte alle pretese del nostro genere.

Questa battaglia, forse, non risolverà del tutto il problema dei gruppi di revenge porn su Telegram di cui parlavamo all’inizio, ma porterà sicuramente ad una maggiore consapevolezza, esattamente com’è successo durante la conversazione con mio fratello: siamo partiti da un caso specifico per fare considerazioni molto più ampie sul danno che una società sessista e patriarcale opera sistematicamente sugli individui, alcuni innegabilmente più di altri.

Concludiamo la conversazione ricordandoci della prima volta che, di fatto, abbiamo sentito parlare degli effetti del patriarcato e della cosiddetta mascolinità tossica sugli stessi uomini; citiamo un artista che ha insegnato molto ad entrambi, dandoci spunti di riflessione, occasioni di discussione, momenti di confronto. Facendoci ballare:

“Grande Capa, lui aveva capito tutto: un vero uomo dovrebbe lavare i piatti.”

 

 

[1] Il titolo è una citazione presa dall’album di Caparezza Le dimensioni del mio caos del 2008

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